EDITORIALE DELLA FONDAZIONE

Kant e la questione morale oggi

Vivere regole che presiedono alla moralità dei comportamenti

Kant e la questione morale oggi

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Il 22 aprile 1724 nasceva Immanuel Kant, uno dei più importanti filosofi dell’età moderna.

Rimane un pensatore fondamentale per la comprensione dell’attuale filosofia, conservando per alcuni aspetti una sua validità nella nostra epoca.

E’ stato il filosofo che ho sempre apprezzato e anche più volte riletto per la sua attualità.

Mi interessava soprattutto quella parte della “Critica della ragion pratica” che riguardava la morale.

Argomento che nella storia del pensiero umano è sempre stato oggetto di studi e analisi che hanno interessato la comprensione del comportamento dell’uomo.

Ritengo che la sua rilettura possa essere utile a riformulare il valore del rigore morale che dovrebbe guidarci nella vita sociale e politica del nostro tempo.

Può sembrare ad alcuni anacronistico tale riferimento, ma sono convinto che sia necessario, oggi più che mai, ripristinare o quanto meno adottare quelle regole che presiedono alla morale di ciascuno di noi.

Non possiamo negare che oggi il paese sia colpito da uno dei più consistenti cedimenti del costume etico e morale della storia della Repubblica italiana.

Se consideriamo quanto è avvenuto recentemente in merito al voto di scambio, a sistemi di corruzione, al prevalere di interessi privati rispetto a quelli della comunità, si presenta con prioritaria urgenza il tema morale.

L’anniversario della nascita di Kant mi offre l’occasione per rimettere al centro la questione morale, argomento che sarà ripreso da Berlinguer nel 1980.

Sono emersi in questi ultimi tempi fenomeni di corruzione, di clientelismo, di illegalità che hanno interessato istituzioni e partiti, come nei casi della Puglia, di Torino e di altre realtà del paese nonché di personalità politiche di rilievo nazionale.

In più casi sono avvenimenti che vedono coinvolti esponenti del PD, ma non da meno quelli eclatanti che coinvolgono partiti della Destra e anche altre formazioni.

E’ il trasformismo opportunistico il primo vero responsabile di questo degrado.

La sinistra ha sempre più di altri ribadito il valore etico della politica che le deriva dalle sue radici culturali rivolte al rigore della solidarietà e dalla limpida lotta per i diritti dei lavoratori, quale impegno prioritario a esclusivo interesse di essi e dell’intera società.

Non sono d’accordo con chi (Castellani su Domani 16 aprile) sostiene che la sinistra abbia avuto una sua “supponenza” e di non essere immune da cedimenti morali perché nessun partito rimane puro e morale, soprattutto quando governa.

Credo che la sinistra non abbia abbandonato il suo codice etico e lo stesso PD ha mantenuto nel suo “corpo profondo” una condotta nel rispetto delle regole morali.

Questo non vuole dire che non ci sia stato una caduta del livello di sicurezza per azioni che hanno messo in pericolo la sua credibilità morale.

Penso che lo stesso PD avrebbe dovuto nella sua travagliata storia comprendere che una condotta spalmata sul correntismo, sul leaderismo assoluto, sulla funzione del partito esclusivamente elettoralistica, sul prosciugamento delle strutture organizzative, avrebbe reso permeabile lo stesso partito ad atteggiamenti fuori dalle regole etiche e morali e della legalità.

A mio parere non ritengo sufficiente questa spiegazione che è rivolta più a comportamenti “esterni” che a quelli dell’ ”essere” un militante della sinistra e in particolare del PD.

Un partito ha bisogno di valori che ne esprimano la sua identità e la sua collocazione nella società e che siano resi manifesti, in primo luogo, da comportamenti concreti e costanti dei suoi dirigenti.

Un aspetto essenziale proprio perché uno di quei valori è proprio il modo di “essere” dei singoli nel loro ruolo di militante e sia anche per quanto riguarda le scelte politiche che ognuno può compiere.

Il progetto politico del Partito Democratico per la società può essere credibile se sostenuto da una rigorosa condotta di ciascuno membro appartenete al partito e a maggiore ragione dei suoi dirigenti.

E questa non può che essere la sua “morale”, certamente non astratta, ma praticata e dimostrata.

Ci viene in soccorso Kant che ritiene che “esista una legge morale dentro di noi che mi indica la forma della mia azione morale a prescindere dalle circostanze e dal contenuto pratico della mia azione morale, dunque solo la ragione pura può dirmi cosa fare”.

Una condotta che dovrebbe conformarsi a quanti, assumendo compiti di direzione politica e di rappresentanza nelle istituzioni, devono perseguire la legge morale a “prescindere” dalla propria azione e in conformità della “ragione” della scelta politica compiuta.

La morale è universale e necessaria, afferma Kant, in quanto ognuno di noi ha dentro di sé il senso del dovere.

Questo sentimento innato, apriori e universale, è l’imperativo categorico perché la legge morale non deve essere condizionata da niente, soprattutto dagli interessi personali e mi porta ad agire secondo ciò che è giusto per tutti.

Sarebbe interessante comprendere quanto di questo metodo, se attuato, avrebbe potuto evitate la decadenza della qualità dell’odierna politica e impedito l’immoralità.

Non c’è dubbio che la questione morale presenta oggi più che mai l’urgenza del risanamento della politica e in particolare quella della sinistra e preminente quella del Partito Democratico.

Agli impegni ed alle scelte dichiarate nell’intersse di chi lavora e vive nel disagio debbono seguire sempre fatti concreti.

Kant, che ho ripreso volutamente in occasione dei trecento anni dalla sua nascita, mi ha offerto la possibilità di una riflessione su un argomento che è il centro del problema politico e sociale dell’Italia.

Considerazioni che si legano, pur nella diversa impostazione filosofica e politica, a quanto lo stesso Berlinguer sostenne in una Direzione del PCI il 27 novembre del 1980 e nella nota intervista a Scalfari il 28 luglio 1981.

Non a caso, credo, il PD abbia presentato la tessera di adesione al partito con il volto di Berlinguer a dimostrazione di una volontà politica per ribadire quanto il dirigente comunista sosteneva nell’affermare una etica e una morale nella politica e nella vita privata.

Respingeva la divisione tra la politica, spesso intesa come carriera, successo, potere, svolta anche con pratiche di compromessi e di corruzione e dall’altra parte la morale, che viene dopo, ritenuta di secondaria importanza.

Egli riteneva, appunto, la legge morale universale, come sosteneva Kant, intesa come integrità di ciascuno e osservata come prioritario dovere dal militante e da chi svolge compiti pubblici istituzionali.

Non sembrano lontani e fuori tempo le loro consistenti riflessioni che, al contrario, conservano tutta la loro efficacia.

I tempi inducono lo stesso PD a una riscrittura dei valori comuni, la cui base, per dirla con Kant, è l’imperativo categorico della morale, che devono essere il punto di riferimento del partito e del paese.

I cacicchi sono l’amoralità della politica, il leaderismo è l’interesse privato, la commistione di alleanze politiche sono la perdita dell’etica rigorosa della ragione delle scelte.

La questione morale è questione politica ed essa è questione sociale.

Berlinguer si chiedeva “E’ un delitto avere queste idee?”. Non vorrei che oggi sembrerebbe esserlo.

Penso che la sinistra e il PD debbano aprire una nuova epoca nel segno del risanamento della politica e della società italiana.

L’asse di questo risanamento è l’integrità morale per il cui valore si sono adoperati uomini, come Kant e Berlinguer, che, a loro modo, hanno contribuito a rendere potenti le idee della libertà e della democrazia.


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Aprile 2024 © Ermisio Mazzocchi

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