EDITORIALE DELLA FONDAZIONE

Il colibrì

Un film per discutere

Il colibrì

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Dal libro di Veronesi alle sale cinematografiche, per parlare di eutanasia Una serata in casa, la voglia di cercare in tv un qualcosa di diverso ed ecco che, tra i tanti titoli a disposizione, c’è quello di un film del 2022 tratto da un libro pubblicato nel 2019 dalla casa editrice La Nave di Teseo, libro con cui Sandro Veronesi ha vinto il Premio Strega 2020 e che sicuramente non è il classico film del sabato sera, cioè quello con cui farti due risate in spensieratezza e magari in compagnia degli amici.

Parlo de Il colibrì, film con la regia di Francesca Archibugi, con due candidature e un premio vinto ai Nastri d’Argento, quattro candidature al David di Donatello e un incasso al box office di 3 milioni di euro.

L’interprete principale è il dottor Marco Carrera, un di nuovo insuperabile Pierfrancesco Favino, oculista affermato e padre di famiglia che sembrerebbe vivere una vita tranquilla, anche se con continui ostacoli, scelte sbagliate, disgrazie… con il linguaggio dei giovani di oggi si potrebbe dire uno “sfigato”, con un destino avverso, a cui cerca di sopravvivere grazie al suo unico, primo grande amore mai dimenticato.

Tra alternanza di presente e passato, viene ripercorsa tutta la sua vita, dalla famiglia di alta-borghesia con i genitori che si altalenano tra vari scontri e indipendenza reciproca (mamma architetto-Laura Morante e papà ingegnere-Sergio Albelli), il soprannome “scomodo” di colibrì per via del suo fisico gracile e minuto da bambino ma anche poi per il carattere passivo da adulto che, come il colibrì che sbatte le ali per rimanere sempre fermo allo stesso posto, lui evita di rimanere coinvolto dai rapporti e dal mondo che, inesorabilmente cambia.

Cornice della storia è Firenze e la villa al mare in Versilia.

La sorella Irene (Fotini Peluso) è una ragazza irrequieta, ribelle; muore suicida a soli 24 anni, e Marco incolperà il fratello minore Giacomo (Alessandro Tedeschi) perché pur essendo presente al momento del suicidio non è riuscito ad impedirne la morte.

Sin da piccolo è innamorato di Luisa (Bérénice Bejo), una ragazza italo-francese con cui condivide le vacanze estive (bellissimo il paesaggio toscano dell’Argentario e di Porto Ercole), ma per una serie di circostanze sposa Marina (Kasia Smutniak), da cui però Marco si separa perché lo stesso psicoterapeuta (Nanni Moretti) che segue la moglie, contravvenendo al codice deontologico, lo avverte della gravità dello stato mentale in cui versa Marina, che ha bisogno di continue cure, e dei suoi compulsivi tradimenti.

È lui quindi, dopo la separazione, ad occuparsi della figlia Adele, che vede con soddisfazione crescere e superare anche alcuni comportamenti anomali, sicuramente ereditati dalla madre.

Adele (Benedetta Porcaroli) a vent’anni accetta una gravidanza nata da una relazione occasionale che vedrà venire al mondo (presente al parto lo stesso Marco) una bambina meticcia Miraijin, ovvero Persona del Futuro in giapponese, ma di nuovo il destino avverso si abbatte sulla famiglia: Adele muore a seguito di un incidente sportivo e Marco si ritrova di nuovo, disperato, a fare da padre e da madre a Miraijin di pochi mesi, che diventa la sua gioia di vita: sin da piccola eccelle in tutti gli sport e in tutte le attività, e seppur giovanissima diviene influencer sui social media e leader di un movimento, destinato poi ad ampliarsi, che lotta per l’affermazione delle “Verità” (valori umani solidaristici consolidati) contro le “Libertà” (disvalori egoistici tuttavia giustificati come libertà di scelta individuale), affermazioni che sono più specificati nel libro piuttosto che nel film.

Durante tutto l’arco della sua vita, Marco coltiva una relazione (solamente platonica) con Luisa, ma anche qui, in età matura, un altro grande dolore, quando viene a sapere che Luisa aveva avuto una storia sentimentale con il fratello Giacomo e con cui ha sempre mantenuto una sorta di legame affettivo.

La storia si conclude quando Marco, ormai anziano, è affetto da un male incurabile; non volendo costringere Miraijin (Rausy Giangarè) a rinunciare alla sua vita per assisterlo, né subire le sofferenze della chemioterapia e un inesorabile declino, Marco decide di ricorrere all’eutanasia.

Sarà la stessa Miraijin ad organizzare l’incontro di amici e familiari che circonderà Marco nella villa di famiglia dove avverrà il suo suicidio assistito, ripetendo il gesto con cui Marco aveva posto fine, molti anni prima, alle sofferenze del padre.

Se ne va serenamente, di fronte al mare della sua villa di famiglia, salutato da tutti gli affetti della sua vita.

Il brano, bellissimo, del film è interpretato da Marco Mengoni, si intitola Caro amore lontanissimo, e fu scritto inizialmente nel 1973 da Sergio Endrigo, e poi rivisto da Riccardo Sinigallia con la produzione di Giovanni Pallotti (E.D.D.).

Indipendentemente dalle critiche positive o negative suscitate dal film rispetto al libro, con Veronesi che introduce in maniera più soft e delicata i personaggi e un meno caotico e frammentato va e vieni temporale, perché parlare de Il colibrì?

Ho trovato molto interessante il film per la delicata tematica trattata: l’eutanasia.

L’eutanasia (letteralmente buona morte, dal greco εθανασία) è “il procurare intenzionalmente e nel suo interesse la morte di un individuo la cui qualità della vita sia permanentemente compromessa da una malattia, menomazione o condizione psichica”.

Da anni, l’eutanasia è oggetto di dibattiti e al centro di forti controversie in ambito morale, religioso, legislativo, scientifico, filosofico, politico ed etico.

Possiamo parlare di due tipi di eutanasia, quella attiva, assimilabile, in generale, all’omicidio volontario (art. 575 c.p.) e l’eutanasia passiva, che vuol dire l’astenersi a praticare terapie nel pieno diritto̶ sancito dalla legge italiana̶ da parte del malato di rifiutarle.

La differenza di approccio su questo argomento tra gli ambiti religioso e morale da un lato e quello giuridico dall’altro, è tanta, specie le posizioni bioetiche ufficiali della Chiesa cattolica contrarie all’eutanasia attiva diretta che la differenziano da quella passiva intesa come possibile interruzione dell’accanimento terapeutico, tenendo comunque distinta quest’ultima fattispecie dall’alimentazione e idratazione che secondo la Chiesa vanno sempre garantite, in quanto tendenti a soddisfare semplici bisogni fisiologici come la fame e la sete (qui si parla di eutanasia omissiva).

Nella giurisprudenza e nel codice di deontologia medica i due casi devono essere considerati in modo nettamente diverso: la legge italiana, infatti, proibisce ad un medico di compiere terapie senza il consenso del paziente, quindi ulteriori limiti e divieti si possono porre solo sull’eutanasia attiva, mentre non si può fare nulla riguardo all’eutanasia passiva che di fatto può essere “garantito” dai diritti del paziente.

Anche per quanto riguarda il “suicidio assistito” ci sono vari dibattiti: esso viene considerato da taluni analogo all’eutanasia passiva (in quanto mezzo per procurare la morte), forma “intermedia” che tuttavia mantiene una sostanziale differenza rispetto all’eutanasia attiva, in quanto non prevede, da parte del soggetto assistente, alcuna partecipazione diretta alle azioni che conducono alla morte del richiedente (anche qui varrà la pena di ricordare che, comunque, la fattispecie di assistenza a un suicidio può configurarsi come reato a sé stante).

Viene condivisa la discriminante fra la situazione di persone che chiedono l’eutanasia in quanto malati terminali e la situazione di persone che, pur non essendo prossime alla morte, richiedono la pratica per porre fine a sofferenze insostenibili di vario tipo e non sufficientemente trattabili da alcuna terapia del dolore.

Ugualmente condivisa appare la discriminante tra persone che richiedano l’eutanasia in condizioni di piena capacità di intendere e di volere (indipendentemente dal fatto che abbiano la possibilità materiale di attuare praticamente il proposito, vedi il caso-Welby) rispetto a coloro che si trovino in situazioni di incoscienza irreversibile (coma, stato vegetativo persistente) e, comunque, incapaci di esprimere qualsivoglia volontà.

Non mi dilungo oltre sulle differenze tra la preterintenzionalità o meno dell’azione che causa la morte: per esempio, il decesso sopravvenuto a causa di effetti collaterali (o sovradosaggio resosi necessario a causa di assuefazione a dosi più basse) di un farmaco, è talvolta trattato in maniera differente da quello che fa seguito alla somministrazione di ogni sostanza allo scopo primario di procurare la morte; qualche volta è più dibattuto il caso di sospensione dell’alimentazione che, a seconda degli orientamenti e dei punti di vista, può essere considerata eutanasia passiva o attiva.

A ben vedere sono tante le ragioni pro-eutanasia: libera scelta (ogni cittadino dovrebbe esprimersi come per il diritto al voto anche per i diritti nella sfera privata), qualità della vita (se il dolore e la sofferenza non sono sopportabili, può subentrare anche un problema psicologico), dignità (se si è convinti di non avere più possibilità di recupero e di diventare giorno dopo giorno un peso ai propri cari, impedendo anche a loro di vivere una vita come era prima della malattia) e anche il Giuramento di Ippocrate (nonostante la versione originale escluda esplicitamente l’eutanasia) può essere interpretato che per il bene del paziente sarebbe peggio lasciarlo patire piuttosto che eliminare il suddetto paziente.

Ma anche le ragioni contro l’eutanasia sono tante, a partire di nuovo dallo stesso Giuramento di Ippocrate per cui il medico deve giurare sul cercare di salvare il malato fino alla fine, morale (eutanasia uguale a omicidio), teologico (l’eutanasia, come anche il suicidio, è un atto peccaminoso), piena consapevolezza (se il paziente è in grado di intendere e di volere e quindi può prendere una decisione), necessità (se la malattia potesse essere risolvibile con sperimentazioni o cure palliative) ed infine i desideri della famiglia, i cui membri potrebbero desiderare di passare più tempo possibile col proprio caro prima che muoia.

Dal punto di vista religioso, la Chiesa cattolica è contraria ad ogni forma d’eutanasia, attiva o omissiva, mentre incoraggia il ricorso alle cure palliative e ritiene moralmente accettabile l’uso di analgesici, per trattare il dolore, anche qualora comportino − come effetto secondario e non desiderato – l’accorciamento della vita del paziente.

Consente invece di sospendere, dietro richiesta del paziente, procedure mediche che risultino onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi, ovvero, come se fosse accadimento terapeutico (posizione confermata del Catechismo̶ paragrafi 2277, 2278 e 2279).

Le Chiese riformate, anche a causa della loro particolare struttura gerarchica, hanno spesso posizioni interne più variegate ed elastiche.

Nell’Islam, ad Allah è attribuito l’epiteto in arabo di Al-MuhyÎ (o Al-Mumìt), che significa “Colui che fa vivere o morire” (Signore della vita e della morte). In base alla Sura IV-an Nisâ, v. 29, l’Islam proibisce esplicitamente il suicidio ed in particolare l’eutanasia, vietando parimenti l’omicidio, che è considerato alla stregua di un “suicidio spirituale” da parte del peccatore, che con la propria condotta determina la sua dannazione eterna.

Per finire, il Movimento per la difesa dei diritti dei disabili, nato nei primi anni 70 negli Stati Uniti, ha sempre contrastato la legalizzazione dell’eutanasia.

Negli anni 90 sono proliferate organizzazioni di disabili espressamente contrari sia culturalmente sia politicamente all’eutanasia, come la statunitense Not Dead Yet, la rete di oltre 40 associazioni inglesi Care Not Killing e altre associazioni di disabili svedesi e australiane.

Alla base del rifiuto c’è la considerazione che le motivazioni che spingono una persona all’eutanasia potrebbero essere legate più al loro status e condizione sociale che alla loro sofferenza e condizione fisica.

In questo senso l’influenza negativa sulla qualità di vita della propria famiglia impegnata economicamente e personalmente nell’accudimento, lo status negativo riservato agli elementi non produttivi dalle culture occidentali e i diffusi e persistenti pregiudizi sociali potrebbero essere considerazioni sufficienti a dettare la scelta suicidaria.

Vorrei citare il caso di DJ Fabo, il tetraplegico Fabiano Antoniani, che fu portato dall’attivista Marco Cappato in Svizzera nel febbraio 2017 per ottenere l’eutanasia.

Cappato, come atto di disobbedienza civile, al rientro si autodenunciò alla Procura, focalizzando così sulla vicenda un acceso dibattito mediatico e politico.

Il 30 giugno 2021 era iniziata la raccolta firme, promossa dall’Associazione Luca Coscioni, per il referendum che puntava a legalizzare l’eutanasia, ma il 15 febbraio 2022 la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile il referendum sull’eutanasia.


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Febbraio 2024 © Maria Teresa Protto

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