EDITORIALE DELLA FONDAZIONE

monsignor Antonio Biondi

prete tra la gente

monsignor Antonio Biondi

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Note biografiche

Monsignor Antonio Biondi nasce a Morolo il 3 gennaio 1904 nella casa dove era nato lo scultore Ernesto Biondi.
Dopo i primi studi a Morolo sotto la guida di uno zio sacerdote, entra nel seminario di Anagni ma presto si traferisce a Roma per gli studi ginnasiali e liceali presso i Padri Pallottini.
Compie gli studi di teologia, per motivi di salute, nel Collegio Leoniano di Anagni dove il clima della cittadina ciociara era più salubre.
Viene ordinato sacerdote il 22 dicembre 1928 e celebra la Prima Messa solenne a Morolo il 25 dicembre 1928.
Dopo un breve periodo trascorso nel Seminario di Anagni come insegnante, nel 1930 arriva a Morolo, prima come viceparroco dell’arciprete don Pio Franchi, anziano e malato, e poi alla morte di quest’ultimo, viene nominato arciprete della Chiesa di Santa Maria Assunta dove presterà il suo servizio fino al 1974.
Trascorre l’ultimo periodo della sua vita, tra l’avanzare dell’età e gli inevitabili acciacchi, tra gli amati libri e si dedica alla scrittura sia collaborando con quotidiani e riviste sia pubblicando gli ultimi libri.

Continua però a visitare i suoi parrocchiani anziani e malati, e quando non è più in grado di guidare si fa accompagnare ma non rinuncia a questo suo ultimo servizio.
Nel 1990 si trasferisce a Frosinone, in casa della nipote Marina dove si spegne il 26 novembre 1994.

IL PASTORE

Monsignor Biondi arriva a Morolo nel 1930 quando il paese, come tutti i piccoli centri della Ciociaria, viveva nella miseria.
Le strade di campagna erano ricoperte di sassi e di fango, la luce elettrica non arrivava in tutte le case, non c’era acqua potabile nelle abitazioni e le donne si azzuffavano a “conconate” presso la fontana della piazza ove solo dopo ore di fila e il fatidico “a chi so appresso?” (dopo chi vengo?) riuscivano a riempire il sospirato “concone”. La popolazione viveva di una stentata agricoltura e dell’allevamento di qualche animale domestico che assicurava appena la sopravvivenza.
Don Antonio vive con i suoi parrocchiani gli anni bui della guerra segnati dalla presenza delle truppe tedesche a Morolo con conseguenti vessazioni, angherie, razzie.
Sulle tristi conseguenze della guerra che purtroppo oggi risultano attuali, scrive nel 1945 su una rivista: “la guerra ha prodotto morti, perdita di beni materiali frutto di tanti sudori e di tanti sacrifici ed altre rovine forse anche più gravi e insanabili, anche se meno appariscenti. Sono le rovine di ordine morale: la sfiducia verso la Provvidenza Divina; il ribollimento di chi con la guerra ha perso molto e forse tutto verso chi, con la guerra ha perduto nulla e forse guadagnato molto; l’affievolirsi del sentimento di carità cristiana in mezzo allo scoppio di tanto odio, il rallentarsi della saldezza dei vincoli familiari insidiati dal prolungarsi dell’allontanamento di tante persone dal focolare domestico; la febbre dell’ingiusto arricchimento con la piaga del mercato nero, la frenesia edonistica quasi come una reazione alle sofferenze del passato…”
Durante la guerra mantiene la corrispondenza, tramite il Vaticano, tra i soldati al fronte e le loro famiglie alleviando così le sofferenze e l’angoscia per la mancanza di notizie.
Assiste poi, alla ripresa postbellica ed al miglioramento delle condizioni di vita dei morolani. Ammira con compiacimento e malcelato orgoglio le nuove case, ricche di ogni comfort, che nascono soprattutto nella campagna, case che sostituiscono le misere abitazioni precedenti. Tutto ciò è dovuto anche alla nascita di fabbriche sia nel territorio di Morolo che nelle vicinanze e di nuove attività che danno lavoro ai morolani.

Particolare cura don Antonio dedica ai ragazzi, soprattutto ai chierichetti che già dai primi anni di scuola elementare a turno, vista la loro massiccia partecipazione, fanno da corona all’altare nelle celebrazioni. Praticamente tutti i ragazzi di Morolo, negli anni della loro infanzia, hanno svolto questo servizio.
Per loro c’erano piccoli regali, di solito materiale scolastico, e piccole mancette. Tradizionale era poi la gita di Pasquetta in qualche paese vicino dotato di un campo da gioco dove potevano sfogare la loro vivacità e godere poi di una lauta merenda.
Aiuta numerosi ragazzi che, pur essendo dotati, non possono continuare gli studi perché appartenenti a famiglie bisognose. Essi vengono mandati a studiare presso collegi della zona tenuti da religiosi. Non pochi di loro, terminati gli studi, hanno fatto strada nel mondo del lavoro ed occupato posti anche importanti.
Crea per i giovani un gruppo teatrale per il quale egli stesso scrive commedie, di cui alcune anche in dialetto morolano, che vengono poi portate sulle scene con grande partecipazione dei morolani.
Qualche farsa, scritta quando giovanissimo sacerdote era ancora in seminario fu portata sulle scene dagli alunni del Leoniano.
Dà vita anche ad un nutrito coro di giovani che accompagna le celebrazioni liturgiche.
Queste attività sono anche l’unico svago serale per i giovani di Morolo in un ambiente e in un tempo privi di televisione, cinema, computer.

Amante dell’arte e dei viaggi fin da giovanissimo, trasmette questa sua passione anche ai parrocchiani. Desideroso di farli avvicinare a nuove realtà, alle bellezze artistiche dell’Italia organizza per loro con cadenza annuale, di solito nelle festività civili in cui è libero da impegni parrocchiali, dei pellegrinaggi. La meta centrale è sempre un santuario ma all’aspetto religioso unisce quello storico e artistico.
I morolani aderiscono con entusiasmo, essendo la spesa modica perché ospitati in strutture religiose ed anche perché per molti di loro è l’unica occasione per conoscere luoghi di cui hanno sentito parlare e di ammirarne le bellezze.


IL CONGRESSO EUCARISTICO

Nel 1935 organizza a Morolo, tra l’incredulità e la perplessità delle stesse autorità ecclesiastiche, un Congresso eucaristico diocesano al quale parteciparono, oltre che l’intera diocesi di Anagni, molti paesi e città della zona.
Fu un evento memorabile, senz’altro il più grande avvenimento nella storia religiosa di Morolo, che vide coinvolta per mesi nella preparazione l’intera popolazione che rispose con entusiasmo e dedizione.
Si tenne nella settimana dal 27 maggio al 2 giugno durante la quale arrivarono a Morolo due Arcivescovi, quattro Vescovi, le autorità civili della Provincia, i sindaci dei Comuni vicini, quasi tutti i morolani residenti a Roma e in altre città d’Italia.
Nella domenica di chiusura erano presenti a Morolo settanta sacerdoti che parteciparono alla cerimonia finale ed altri che vi assistettero più o meno da vicino, trecento seminaristi di cui duecento del Collegio Leoniano di Anagni. Questa enorme massa in cotta bianca sfilò per quattro “come i battaglioni militari” insieme a confraternite, associazioni, pie unioni ecc.
Le bande musicali ufficiali furono tre, tra cui la banda Giuseppe Verdi di Roma, e ad altre si dovette rinunciare per mancanza di spazio.
Furono consumati sedicimila fogli di carta colorata per la confezione di ottantamila rose artificiali che insieme a fiori freschi ornavano gli eleganti panierini di vimini e festoni appesi ad ogni porta e ad ogni finestra. Furono, ovunque lo spazio lo consentiva, improvvisate alberate e boschetti di alberelli ed, in media ogni cinque metri, c’era un arco trionfale nelle strade del paese.
Anche i tre chilometri della strada che dalla Madonna del Piano portavano al paese erano largamente ornati di archi, festoni, iscrizioni. Tale tripudio di verde allarmò la guardia forestale che forse temette il disboscamento delle montagne di Morolo. Molto verde però venne fornito dalle potature di parchi dei paesi vicini.
La storica Rocca di Morolo fu illuminata a giorno con fiaccole. Tutti gli ospiti, vescovi, sacerdoti, musicisti, oratori furono ospitati gratuitamente dal popolo.
Da ricordare che il Congresso fu celebrato in anni di grave crisi economica, il cui aspetto più spettacolare era la disoccupazione, ma al popolo non fu chiesto nemmeno un centesimo, solo collaborazione attiva, tutti i materiali vennero forniti gratuitamente.
La preparazione e la realizzazione di un così grande avvenimento poté essere concepita e realizzata da don Antonio anche perché allora era nel pieno delle forze della gioventù.
Dirà lui stesso che nel 1960 in occasione del venticinquesimo anniversario, per un momento pensò di ripeterlo ma rinunciò perché “l’ala della fortuna sfiora una sola volta anche la vita religiosa e la gioventù, indispensabile per fronteggiare simili imprese non si ripete”.
Forse anche per la perfetta riuscita del Congresso Eucaristico di Morolo venne nominato membro dei Comitato Internazionale per i Congressi Eucaristici e, in tale veste, partecipò a numerosi congressi nazionali e internazionali.

LAVORI EDILIZI

Le Chiese di Morolo che egli trova al suo arrivo versano in condizioni a dir poco precarie: per accedere ad esempio alla chiesa di Santa Maria esisteva una scalinata ridotta in macerie tenute insieme alla meglio dalle numerose erbacce che la infestavano.
Dà inizio così ad una serie di lavori che segneranno praticamente tutto il corso della sua attività pastorale:
1934 Restauro della facciata esterna della Chiesa di S. Maria e prima sommaria sistemazione della scalinata esterna. All’interno vengono dorati i molti stucchi della volta e delle colonne.
1938 Il presbiterio viene ornato con una magnifica balaustra marmorea (oggi non più esistente).
1941 La chiesa viene dotata di banchi in legno che, eliminando le vecchie sedie padronali, danno la possibilità, fino ad allora negata, a tutti i fedeli di sedersi.
1942 Sebbene si fosse già in guerra, viene sostituito il vecchio fatiscente pavimento con un nuovo pavimento in marmo di Carrara. La Chiesa viene dotata di un nuovo Battistero e di due magnifiche acquasantiere. Il gioiello più prezioso però è un pulpito di marmi policromi così bello che “farebbe ottima figura anche in una chiesa di Roma o di New York.” (Oggi il pulpito purtroppo non è più esistente).
Tutti questi lavori eseguiti in tempi, economicamente difficili, oltre a mettere in sicurezza strutture fatiscenti e ad abbellire gli edifici ecclesiastici dando loro nuovo decoro, servono anche ad aiutare la popolazione dando lavoro come operai ai molti disoccupati di quel tempo perché, come scrive don Antonio, “l’elemosina bisogna farla a chi non ha le forze per lavorare, ma a chi può lavorare è meglio dare il lavoro che insieme al salario dà anche dignità”.
1953 Viene ricostruita la scalinata esterna in travertino romano della chiesa di Santa Maria
1966 Viene costruito l’Asilo Infantile Parrocchiale con i contributi della Cassa per il Mezzogiorno su un terreno donato dalla famiglia Tranquilli-Leali. Si tratta di una costruzione su due piani, il pianoterra, circondato da un giardino, con aule spaziose e luminose per i bambini ed il piano superiore per l’alloggio delle suore. Da ricordare che allora a Morolo non esisteva un asilo comunale e tantomeno statale e fino a quel momento i bambini venivano ospitati nella modesta sede delle suore del Preziosissimo Sangue.
La costruzione di questo asilo costa non poche fatiche a don Antonio costretto a districarsi tra i numerosi lacci della burocrazia facendo la spola tra gli uffici della Cassa per il Mezzogiorno a Roma e quelli del genio civile a Frosinone. Trova non pochi ostacoli soprattutto da parte di qualche impiegato anticlericale ma alla fine i suoi sforzi sono premiati ed i bambini di Morolo possono finalmente prendere possesso del nuovo edificio.
1967 Rifacimento sia dell’esterno che dell’interno della chiesa della Madonna del Piano che viene arricchita di marmi e di un nuovo altare, dotata di nuovi banchi e di un rinnovato corredo di paramenti liturgici.
1971 Viene eretta sul sagrato della chiesa di Santa Maria la statua in bronzo di San Francesco d’Assisi opera dello scultore Ernesto Biondi. Il modello in gesso di questo capolavoro del grande scultore morolano fu donato dal fratello dell’artista a don Antonio che lo collocò in una delle cappelle della chiesa di Santa Maria.
1972 La chiesa viene arricchita di un pregiato portale di bronzo opera dello scultore Tommaso Gismondi. Sui pannelli della porta sono raffigurati in forma allegorica gli avvenimenti più significativi degli ultimi quaranta anni della storia di Morolo. Un esempio per tutti: su uno di essi sono riprodotti gli orrori dell’ultima guerra con un aereo che sgancia una bomba ed una donna in costume ciociaro con la classica “scifa in testa” che fugge terrorizzata trascinandosi dietro la figlia che a sua volta trascina una pecorella, unica ricchezza superstite.
1973 All’ingresso della scalinata viene eretta una cancellata in bronzo di accesso alla scalea. Vi sono scolpite foglie di quercia e di ulivo che simboleggiano la forza e la pace. Al centro campeggiano una lucerna ed un incensiere simboli tradizionali della preghiera, un grappolo d’uva ed un fascio di spighe simboli dell’Eucaristia. Al vertice della cancellata il monogramma del nome di Cristo con a destra e a sinistra due colombe che spiccano il volo verso il Redentore.
1974 Al momento di lasciare la parrocchia, dopo 45 anni, don Antonio vuole lasciare un ricordo al suo paese e dona alla chiesa della Madonna del Piano un’artistica porta in bronzo.

LO SCRITTORE E IL GIORNALISTA

Monsignor Biondi al servizio pastorale affianca un’altra sua grande passione: l’amore per la scrittura che lo occupa nei momenti liberi da impegni parrocchiali.
Collabora con diversi quotidiani: L’Osservatore Romano, L’Avvenire e numerose riviste: Leonianum Anagninum, Vita Pastorale, Settimana del Clero, Maria e Marta, Ancilla Domini, Terra Nostra, Lazio ieri ed oggi, etc.
Come giornalista partecipa a numerosi Congressi Eucaristici sia nazionali che internazionali (Tripoli, Monaco di Baviera, Bogotà, Bombay, etc)
Inizia a scrivere, giovanissimo, non ancora trentenne con alcune novelle che nel 1935 raccoglie in un libro “FIORI DI CAMPO” che dedica al “popolo di Morolo”.
È uno spaccato delle condizioni di vita del piccolo centro ciociaro in quegli anni con i dolori, le gioie, la povertà, le preoccupazioni degli abitanti.
Scrive nella prefazione rivolgendosi al popolo di Morolo: “In questo libro, o popolo, ritroverai gran parte della tua vita che l’autore di esso da cinque anni vive e divide con te. La tua vita come essa è nella sua realtà: con le sue gioie, con le sue bellezze, con le sue situazioni comiche, con le sue illusioni, ingiustizie e soprattutto con i suoi dolori…”
Ed ecco, insieme al narratore, apparire il pastore… “Questo libro non vuole offrirti solo il sollievo di un’ora di serena lettura…ognuna delle sue pagine, anche se l’apparenza, qualche volta, sembra dire il contrario, ha un fine cristianamente educativo. Da queste pagine imparerai o ricorderai qualche verità che ti renderà migliore… e dovrai forse concludere che c’è qualcosa da aggiungere, da togliere, da mutare nel tuo modo di vivere e di giudicare.”
Nella conclusione si rivela tutto il suo affetto per il gregge a lui affidato. Scrive, sempre rivolgendosi al popolo di Morolo: “…leggendo questo libro ricorda il suo autore. Egli confida che tu gli perdonerai facilmente le imperfezioni della sua arte incipiente e gli vorrai anche un po’ di bene. Egli, a te, o popolo, di bene te ne vuole tanto.”

Nel 1953 viene dato alle stampe il libro “Un operaio della messe. MONSIGNOR ATTILIO ADINOLFI . VESCOVO DI ANAGNI.”
È la biografia di un santo uomo, Monsignor Adinolfi, vescovo di Anagni dal 1931 al 1945, il Vescovo che ha guidato e accompagnato don Antonio fin dai primi anni del suo sacerdozio.
Viene rievocata l’opera svolta da monsignor Adinolfi durante il suo ministero soprattutto durante i gravi bombardamenti che colpirono Anagni nel 1944 durante i quali l’Episcopio fu gravemente danneggiato e lo stesso Vescovo ferito. Benché sanguinante però uscì dall’Episcopio per confortare, benedire i feriti e non esitò ad impugnare una pala per aiutare nei soccorsi finché le forze non lo abbandonarono e dovette rinunciare. Umile e caritatevole arrivò ad offrire la sua persona al posto di due ostaggi anagnini catturati dai tedeschi. Lo stesso comandante tedesco ne rimase colpito e il giorno dopo liberò gli ostaggi.
Terziario francescano, Monsignor Adinolfi si distinse per la sua umiltà, carità e per uno stile di vita estremamente modesto.

Nel 1955 viene pubblicato il libro: UNA VERGINE SAPIENTE. ANGELINA ALFANO.
È la storia della vita esemplare di una ragazza partenopea, appartenente ad una ricca famiglia di commercianti, istruita, che dedica la sua vita all’amore di Dio, all’assistenza dei bisognosi sia come insegnante, sia rendendosi presente negli ospedali, nei quartieri poveri della Napoli del primo Novecento, rifiutando le numerose offerte di matrimonio oltre che le insistenze dei genitori che la avrebbero voluta sposa e madre felice. Muore appena quarantenne e il suo ultimo viaggio verso il cimitero di Poggioreale fu accompagnato oltre che dalle auto e dalle carrozze degli amici di famiglia, da una gran folla muta, addolorata, di poveri, di umili, di accattoni che piangevano la loro benefattrice, colei che era stata un aiuto e un insostituibile conforto nella loro vita.

Nel 1956 viene pubblicato, il volume “NEL VII CENTENARIO DELLA CANONIZZAZIONE DI S. CHIARA DI ASSISI.
È un libro di documentazione e di rievocazioni commissionato dal Monastero delle Clarisse di Anagni in occasione del VII centenario della canonizzazione della grande Santa che avvenne nel 1255 proprio nella cattedrale di Anagni dove santa Chiara fu canonizzata dal Papa anagnino Alessandro IV.

Nel 1958 viene dato alle stampe il volume CAPATINE IN CANONICA, un libro nato un poco per volta perché è una raccolta di articoli pubblicati periodicamente sulla rivista Leonianum Anagninum e quindi destinato ai sacerdoti.
Non è però un trattato di teologia pastorale; in esso, sottolinea l’autore “… il lettore troverà quattro chiacchiere fatte alla buona senza pretese dottrinali, non in tono cattedratico né con aria professorale…” Il tutto scritto in tono scherzoso e gentile. La pubblicazione del libro riscosse successo al punto che venne tradotto in lingua spagnola con il titolo CASAS RECTORALES POR DENTRO.
Nel 2022 la Fondazione Antonio Biondi a distanza di oltre sessanta anni ha voluto ristampare il libro lasciandolo nella versione integrale. La nuova ristampa anastatica è preceduta da una presentazione dell’attuale vescovo di Verona, monsignor Domenico Pompili che ha conosciuto molto bene don Antonio fin da quando era seminarista.

Nel 1984, in occasione dei sessantacinque anni dalla morte dello scultore Ernesto Biondi, zio di monsignor Biondi, pubblica il volume: ERNESTO BIONDI. VITA ED OPERE.
La vita e l’arte del grande scultore, come scrive nella prefazione, sono state raccolte dalle carte conservate in famiglia, da riviste di arte, da giornali dell’epoca, ma soprattutto dalla viva voce dei familiari che don Antonio aveva conosciuto da giovane: il padre, il fratello e la moglie del grande artista.
Monsignor Biondi confessa che è stato indotto a scrivere questo libro… “nel timore che morto lui, ultimo superstite della famiglia che sia stato a contatto con i familiari e conviventi di Ernesto, molte delle notizie di prima mano sulla sua vita e sulla sua arte si perdano col tempo”.

Nel 1981, alla soglia degli ottant’anni, anche per rispondere alle sollecitazioni di tanti morolani, pubblica il volume MOROLO STORIA E TRADIZIONE, un libro che “della storia ha tutta la solidità, l’accuratezza, l’onestà. Ma è una storia scritta con vivacità, con bonomia, con brio frizzante eppure mai graffiante.” Si parte dalle origini del piccolo centro ciociaro, dalla storia delle varie chiese non tralasciando aspetti etnici e folcloristici.

Nel 1985 viene pubblicato, a cura dell’Associazione Culturale Egidio Ricci, il volume LAZIO DI IERI. FIGURE E MESTIERI SCOMPARSI. È una raccolta di articoli già pubblicati nell’arco di sette anni sulla rivista Terra Nostra.
Nel libro vengono presentate diverse figure di mestieri ormai scomparsi: il lampionaio, il cavadenti, la fornara, lo stracciarolo, lo scardalana, l’arcaro etc. in una cornice unitaria dove ognuno ha il suo posto. Il tutto descritto con accuratezza anche sotto il profilo storico che denota “il gusto notevole per la ricerca spiegando l’origine di molte parole” come si legge nella presentazione scritta dall’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Giulio Andreotti.
L’autore nella prefazione sottolinea come lo scopo del libro non sia quello di osannare il passato e di esaltare il presente perché il bello e il brutto, il bene e il male sono sempre esistiti nel mondo ma si augura che la lettura del libro possa contribuire a “rinverdire quei valori morali senza i quali ogni progresso socio-tecnico-economico potrebbe rivelarsi inutile”. Lo scopo è anche quello di far conoscere il passato a chi per motivi anagrafici quel passato non ha potuto conoscerlo.

Nel 1987 viene pubblicato il libro UOMINI E FATTI DEI MIEI TEMPI COME LI HO VISTI IO sempre a cura dell’Associazione Egidio Ricci.
Le pagine di questo libro furono scritte circa trenta anni prima non per essere pubblicate ma per essere “oggetto di riflessione e di meditazione” per l’autore. Alcune di esse però vennero pubblicate su varie riviste e giornali.
Nella prefazione del 1958 l’autore precisa che questo libro non è un diario né un’autobiografia, né un libro di viaggi; in esso si è voluto” ripercorrere un tratto di vita passata, rivivere impressioni di entusiasmo e soddisfazione, di delusione e di amarezza, ricordare personaggi notissimi che si è avuto modo di osservare e di studiare da vicino… queste pagine, pur senza volerlo sono il ripensamento della notevole parte di vita vissuta dall’autore”.
Il manoscritto rimase nel cassetto per circa trenta anni e al momento della pubblicazione benché fosse forte la tentazione di “tagliare, aggiungere, limare, sopprimere perché nell’arco di tanto tempo i giudizi su uomini e cose variano, le esperienze si arricchiscono, gli orizzonti si allargano, le speranze si riaccendono, le delusioni si accrescono” esso rimase inalterato anche perché avendo superato da parecchio gli ottanta anni di età “riscrivere da capo a fondo le pagine di uno scartafaccio è impresa tutt’altro che facile” ma il lettore deve tenere presenti due cose: le pagine furono scritte non per essere lette da estranei e riflettono le idee che “frullavano nel cervello dell’autore nell’anno di grazia 1958”.
E rimanendo inalterato, così il libro venne pubblicato dopo circa trenta anni.

Dopo la morte di Monsignor Biondi, Luigi Canali, che fu da ragazzo chierichetto e poi sia da giovane che da adulto sempre in contatto con don Antonio da lui considerato un maestro, volle dare alle stampe una serie di articoli che erano stati già pubblicati su vari quotidiani e riviste sia laiche che ecclesiastiche.
Ne nacquero due volumi: ANTONIO BIONDI, PRETE TRA LA GENTE e ANTONIO BIONDI UN INTERPRETE DEL SUO TEMPO.
Il primo raccoglie articoli scritti per la rivista Vita Pastorale destinata ai parroci ed alle parrocchie e quindi tratta argomenti di carattere religioso.
Il secondo volume raccoglie articoli di più ampio respiro, di carattere culturale, storico, letterario.

IL VIAGGIATORE E L’ORATORE

Monsignor Biondi, fin dalla sua giovinezza fu amante dei viaggi oltre che per ammirare le bellezze artistiche dei luoghi, soprattutto per incontrare persone, entrare in contatto con nuove realtà, conoscere confratelli con i quali confrontarsi e scambiare opinioni. Di solito nei suoi viaggi si fermava ad alloggiare presso istituti religiosi, parrocchie dove aiutava nel servizio pastorale e nella predicazione perché don Antonio fu anche un oratore facondo ed apprezzato, spesso invitato per conferenze, convegni, discorsi anche dai parroci dei paesi vicini.
Tradizionale e molto seguita era l’omelia in occasione della festa del Corpus Domini che si teneva all’aperto sul sagrato della chiesa di Santa Maria, al termine della processione, davanti ad una piazza gremita di gente.
Per la sua attività di giornalista e di scrittore ricevette numerosi premi.

Nel 2022 è nata, ad opera di Luigi Canali, la fondazione “Antonio Biondi” che, attraverso una serie di iniziative culturali, mantiene vivo il suo nome e la sua figura anche per quelli che non lo hanno conosciuto.


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Agosto 2023 © Marina Biondi

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