EDITORIALE DELLA FONDAZIONE
A tre anni dalla sua scomparsa, ricordare Gianpaolo Berto significa tornare in un territorio dove l’arte non è solo mestiere, ma respiro, paesaggio, memoria. Chi lo ha conosciuto, chi ha incrociato il suo sguardo ironico e gentile, sa bene che raccontarlo è sempre un esercizio delicato. Perché Berto non apparteneva semplicemente al mondo della pittura o dell’incisione: apparteneva alle persone, ai gesti quotidiani, a quel Polesine capace di rigenerarsi anche dopo le ombre del dopoguerra.
Un artista cresciuto tra le voci del Polesine
Cresciuto nell’ambiente rodigino del secondo dopoguerra, il giovane Gianpaolo respirava arte come altri respiravano nebbia di fiume. In quegli anni Rovigo era un crocevia inatteso: in mezzo a una provincia che sembrava immobile, un nuovo clima culturale si stava costruendo, alimentato da figure come Beniamino Scarpari, Roberto Reali, Livio Rizzi, Eugenio Palmieri, Gioli e Prudenziato. Era un laboratorio vivo, onesto, concreto: e Berto ne assorbiva tutto, trasformando quel terreno fertile nella sua prima, autentica scuola.
L’incontro con l’incisione
Chi ha avuto la fortuna di parlargli sa che ricordava sempre con gratitudine l’incontro con Tono Zancanaro, un episodio che per lui aveva quasi il sapore di una rivelazione. L’incisione non fu un semplice passaggio tecnico: fu una porta spalancata. Il segno inciso, che non permette esitazioni e non concede ripensamenti, era esattamente ciò che Berto cercava. Un linguaggio essenziale, diretto, senza filtri. Negli anni successivi insegnò questa disciplina all’Accademia di Belle Arti di Roma, ma sempre rimanendo fedele a quello spirito originario: il segno è un atto di coraggio.
Ricordi personali
Ricordare oggi Gianpaolo significa riportare alla mente anche il suo modo di muoversi tra le persone. Parlava poco, ascoltava molto. Ti guardava con quell’aria che avevano i pittori del Novecento quando studiavano un volto per capire dove stava la luce. Aveva una gentilezza antica, che non cercava mai di mettersi al centro. Non era l’artista che si impone; era quello che si offre, quasi senza apparire.
Una delle immagini che conservo più nitidamente è lui che osserva una sua incisione appesa al muro, in silenzio, come se la stesse ancora elaborando. Per lui l’opera non era mai del tutto conclusa: continuava a vivere, a cambiare con lo sguardo di chi la incontrava.
Opere che parlano ancora
Le sue opere — dipinti, incisioni, sperimentazioni su materiali diversi — conservano una qualità rara: parlano senza gridare. Molti ricordano I consunti, uno dei suoi primi lavori, in cui i volti del mondo contadino polesano emergevano con una forza malinconica e dignitosa. Era già tutto lì: l’attenzione per l’umanità ferita ma resistente, la volontà di guardare la realtà senza infingimenti, la capacità di trasformare la sofferenza in racconto.
Negli anni la sua pittura si è fatta più libera, più materica, più istintiva. Dipingeva su qualsiasi superficie trovasse, come se ogni materiale fosse una storia da risvegliare.
L’eredità di un uomo prima che di un artista
A tre anni dalla sua morte, quello che resta di Gianpaolo Berto non è soltanto un archivio di opere: è un modo di stare al mondo. Un’idea di arte che non ha bisogno di artifici, una coerenza umana che oggi sembra quasi rivoluzionaria. Berto non ha mai inseguito le mode, non ha mai cercato un posto comodo nel mercato. Preferiva rimanere vicino alle persone, ai suoi studenti, ai suoi colleghi, al Polesine che portava dentro come un luogo dell’anima.
Un ricordo che continua
Per chi lo ha conosciuto, come per chi oggi lo scopre, Gianpaolo continua a essere un punto di riferimento silenzioso. Le sue opere restano lì a ricordarci che ogni segno — quando nasce da una vita vera — non si cancella. Rimane inciso, come faceva lui, nella carta e nella memoria.
Luigi Canali
Novembre 2025 © Luigi Canali

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